BELVEDERE: BLANDA SI', BLANDA NO



Chiunque ha voluto in qualche modo cercare di capire qualcosa su Blanda, si è sicuramente imbattuto nelle numerose dispute tra i vari scrittori di storia locali, ognuno dei quali ha dispiegato una serie di motivazioni e ipotesi - più o meno legittime - al fine di dimostrare che questa antichissima città sorgeva nei pressi di questa o quella località. I luoghi più citati sono Buccino, Castellammare della Bruca, Potenza, Sapri, Maratea, Rivello, Castrocucco, Tortora e, ovviamente, Belvedere.
Se c’è, quindi, una cosa certa è questa: il sito di Blanda è incerto.
Ecco perché ognuno ha dovuto elencare una serie di dimostrazioni filosofiche per collocare Blanda in questo o quel luogo, in mancanza, cioè, della prova fondamentale: la prova storico-archeologica.
Ad oggi nessuno ha la certezza storica e archeologica di dove fosse situata Blanda.
Questa premessa è importantissima perché pone Belvedere in una posizione privileggiata.
Infatti il primo storico che esplicitamente associa Blanda ad un altro nome di città, che tra l’altro è anche il primo storico in assoluto che scrive una storia organica sulla Calabria finalizzata anche e soprattutto alla ricerca degli antichi siti calabresi, è il sacerdote calabrese Gabriele Barrio di Francica (a sud di Vibo Valentia, vicino Mileto). Scrive nel 1571. L’opera si chiama “Antichità e luoghi della Calabria”.
Il Barrio pone Blanda nel territorio di Belvedere. E’ il primo a farlo.
Ciò non è di poco conto se riflettiamo sul fatto che prima di lui Blanda la troviamo solo elencata insieme ad altri luoghi, collocata alcune volte prima altre volte dopo questa o quella città, ma mai era stata direttamente associata ad un altro nome.
Solo Tito Livio vissuto a cavallo dell’era pre-cristiana e post-cristiana, aveva fatto un accenno indiretto al luogo quando dice “la lucana Blanda”, per poi, però, rendere egli stesso privo di fondamento quella affermazione quando chiama “lucana” anche Vibo Valentia.
Se Blanda poteva essere in Lucania di certo non lo poteva essere Vibo.
Quindi la prima associazione Blanda-sito conosciuto è fatta con Belvedere.
Dicevo che ciò pone Belvedere in una posizione privileggiata proprio perché in mancanza di prove certe, il fatto che prima del 1571 nessuno aveva “rivendicato” la conoscenza della collocazione della città di Blanda, è un elemento in più che fa pendere la bilancia verso Belvedere.
Tuttavia non corrisponde al vero che l’ipotesi del Barrio è priva di fondamento storico, fatta solo per amore di patria o per attribuire arbitrariamente origini nobili alle città, perché nel primo secolo un notissimo scrittore latino aveva collocato Blanda tra il fiume Lao e Temesa (l’odierna S.Lucido). Se osserviamo bene le cose vediamo che tra le città che rivendicano Blanda come loro “antenata” l’unica a trovarsi tra il fiume Lao e Temesa è proprio Belvedere. Ecco dunque che l’ipotesi di Belvedere come originata da questa antichissima città non è poi così tanto azzardata. Lo scrittore latino di cui parliamo è Plinio il Vecchio che, ricordiamolo subito, scrive dopo Tito Livio e che, quindi, è lecito supporre conoscesse le sue affermazioni “la lucana Blanda “ e “la lucana Vibo”.
Se, dunque, vogliamo con discorsi filosofici collocare Blanda in qualche luogo della Calabria, perché non collocarla nei pressi di Belvedere? A Belvedere, del resto, non sono mai stati fatti scavi archeologici seri e, dunque, perché scartarla a priori? E ancora, il fatto che in altri luoghi vi siano dei resti di antichi insediamenti urbani, con quali prove possiamo affermare che proprio quelli sono i resti di Blanda? Della quale, tra l’altro, non sappiamo nemmeno se è stata distrutta, abbandonata, depredata, rasa al suolo, incendiata, inondata o risucchiata a poco a poco dal mare.
In contraddizione con Plinio c’è la tavola Peutingeriana che pone Blanda a nord della città di Lao (Lavinium, Laino) che era nei pressi del fiume Lao (non riportato però in questo stradario), ponendola anche a nord di Cirella (quando Belvedere si trova a sud di Cirella).
La sequenza da nord a sud è la seguente: un fiume, forse il Noce, che segna i confini con la Basilicata, poi Cesernia (non identificata), Blanda, Lavinium (Laino), Cerelis (Cirella), Clampetia (Cetraro), Temsa (S.Lucido), fiume Tanno (non identificato).
Perché dare credito alla tavola Peutingeriana e non a Plinio?
Nulla vieta ipotizzare un errore di copiatura fatto dal copista che nel XIII secolo ha disegnato questa tavola, magari avendo come modello una vecchia e illegibile copia a sua volta fatta forse nemmeno dall’originale, che viene comunemente datata alla seconda metà del IV secolo d.C., più volte ridisegnata e rimaneggiata nei secoli successivi. Tommaso Aceti, accademico cosentino che ricoprì l’incarico di correttore della Stamperia Vaticana, riprese nel 1714-1726 la vecchia edizione del libro di Gabriele Barrio curandone la versione definitiva che venne pubblicata a Roma nel 1737. L’Aceti inserì le proprie osservazioni, distinguendole nettamente dal testo originario, sotto forma di note. Quando Barrio parla di Blanda e dice che oggi il popolo la chiama Belvedere, l’Aceti sostiene con decisione la tesi del Barrio. Perché questo è importante? E’ importante perché Tommaso Aceti conosce bene le tavole peutingeriane (vedi pag.171); dice, infatti, che sono edite da Velfero e fa anche delle osservazioni sui luoghi ivi riportati.
Due questioni che andrebbero meglio approfondite, invece, sono quelle legate a Blanda come sede vescovile. Accettare la tesi di Belvedere ex Blanda significa accettare una poco probabile circostanza che nel giro di pochi chilometri vi fossero due sedi vescovili: Blanda e Cirella.
Ancora una volta ci viene in aiuto il ragionamento filosofico: è ipotizzabile che il Barrio (sacerdote, tra l’altro) e l’Aceti ignorassero questa circostanza? Probabilmente ne erano a conoscenza e l’hanno semplicemente ignorata perché non costituiva un ostacolo.
Vi è ancora un’altra questione. Nell’anno 592 papa S.Gregorio I Magno scrive una lettera al vescovo Felice di Agropoli invitandolo a visitare le sedi vescovili vacanti di Velina, Policastro e Blanda, dicendo “che a te sono vicine”. Blanda-Belvedere può essere considerata vicino ad Agropoli?

A meno che si voglia sostenere la tesi di una Blanda lucana, va fatto questo ragionamento. Le distanze attuali da Agropoli sono le seguenti:
Agropoli-Velia 34 Km
Agropoli-Policastro Bussentino 73 Km
Agropoli-Belvedere 150 Km.
150 Km sono tanti.
Se però consideriamo, ad esempio, l’ipotesi che colloca Blanda nel territorio di Tortora e consideriamo che la distanza Agropoli-Tortora è di 114 Km, a questo punto ci possono stare benissimo anche i 150 Km di Belvedere.
Ecco dunque che la tesi che Blanda sia da collocare nel territorio di Belvedere non è poi così tanto priva di fondamento.
Nel 2003 è stato pubblicato il libro “Il mausoleo di Blanda Julia”, di Gioacchino Francesco La Torre, Rubbettino editore, nel quale vengono illustrate la scoperta e gli scavi di un monumento funerario di epoca romana, avvenuti nei pressi di Tortora Marina nella contrada chiamata Pergolo, vicino il colle Palecastro. Si tratta di un importante edificio databile intorno alla seconda metà del 1° secolo a.C. (tra il 40 e il 25 a.C.), di forma circolare.
La scoperta rimette in discussione l’individuazione del sito di Blanda. Secondo l’autore, che dà per certa e scontata l’ubicazione di Blanda nei pressi di Tortora, quest’ultima scoperta è un ulteriore tassello a favore di questa tesi.
Tuttavia, al di là del titolo del libro, nessuna prova archeologica certa e inequivocabile viene fornita. Anche l’autore del libro ammette in qualche modo il dubbio: “…sembra ormai essersi definitivamente risolta a favore del Palecastro di Tortora la querelle sull’identificazione di Blanda”, portando come prove a favore anche i ritrovamenti nella zona di “…un piccolo complesso forense, una piazza circondata da portici, botteghe e da un edificio basilicale,…” ecc… e, inoltre, la”considerazione del fatto che nessuno degli altri centri moderni di volta in volta identificati con Blanda (Sapri, Maratea, Belvedere) ha mai restituito tracce di un’architettura pubblica…”. “…non credo si possa ancora dubitare circa l’identificazione del Palecastro di Tortora con Blanda Julia”.
A queste osservazioni, possiamo però controbattere facendo notare che, mentre il territorio descritto in questo libro si trova in aperta campagna, forse mai intaccato dalla mano dell’uomo, il territorio lungo la costa di Belvedere, che vanta una lunga storia e che quasi sicuramente doveva essere abitato prima dello spostamento verso l’interno, ha subito numerosi interventi: oggi vi sono numerosi gruppi di case, vi è la linea ferroviaria, la strada statale, il mare che avanza sempre di più.
Ma vi è un’altra osservazione, molto importante. Si tratta del solito Barrio.
Dopo aver parlato di Tortora dice: “Non lontano dal mare vi è una località, che chiamano Palecastro, dove sono visibili le vestigia di un’antica cittadella”.
Il Barrio, dunque, conosce il sito dove il La Torre ha scoperto il mausoleo. Probabilmente all’epoca in cui scrive, i resti archeologici di cui stiamo parlando, erano meglio conservati rispetto ad oggi e, quindi, meglio osservabili e analizzabili. “…vestigia di un’antica cittadella”, li definisce e, contemporaneamente, colloca Blanda a Belvedere.
E’ da mantenere, dunque, una certa prudenza quando si discute sulla collocazione di Blanda.
Non vi sono prove archeologiche certe sull’ipotesi Tortora, vi sono una serie di notizie storiche contrastanti con l’ipotesi Belvedere.
Sentite un po', però, cosa dice il Barrio nel suo proemio:
“Per completare questo lavoro, senza risparmiare alcuna fatica, indagai tutta la regione per non scrivere il falso e, nell’indagine dei nomi delle antiche località, non cadessi in quegli errori nei quali scivolarono i più dei moderni scrittori, persone incolte ed appena sostenute dalle opinioni degli eruditi, come Guido da Ravenna, Biondo da Forlì, Raffaele di Volterra, Pandolfo, e moltissimi altri”
(G. Barrio, proemio a “Antichità e luoghi della Calabria”, Roma 1571)


23/06/2006


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