Il saggio


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Significato di parole ed espressioni particolari

Brani

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Significato di parole ed espressioni particolari

Messa
La parola "messa", utilizzata, a partire dal IV sec., per indicare l'intera celebrazione liturgica, deriva dalla formula "ite, missa est" con cui il celebrante congedava il popolo alla fine della liturgia in latino, oggi corrispondente alla locuzione italiana "la Messa è finita, andate in pace".
La parola latina missa, derivante dal part. pass. mittere "mandare, inviare", presso i Romani era utilizzata per sciogliere una riunione o un'udienza e quindi ite, missa est (letteralmente "andate, è stata inviata, è stata mandata) possiamo liberamente tradurlo, in generale, con "andate, [l'assemblea] è dimessa", e nel caso particolare della Messa con "andate, [l'Eucarestia] è stata mandata".

W (Viva, Evviva)
Lettera dell'alfabeto inglese che seguita da un nome e nelle scritture murarie sta al posto delle espressioni "VIVA, EVVIVA"; probabilmente quest'uso deriva dalla sovrapposizione delle due "V" presenti appunto nella parola "ViVa". Generalmente, in questo significato, si utilizza al maiuscolo. Capovolta, invece, prende il significato di "abbasso", opposizione che richiama alla mente l'uso romano del dito pollice [in alto aveva il significato di "vita", in basso di "morte"]

O.K.
Espressione americana molto diffusa anche in Italia che viene utilizzata per dire "tutto bene, tutto a posto". O.K. deriva dalle iniziali della pronuncia americana delle parole "all correct" [pron. oll korrect] che significano, appunto, "tutto a posto".

Fisco
La parola FISCO deriva dal latino “fiscus, -i” maschile, che significa propriamente “cestello”, intessuto di giunchi o di vimini, utilizzato per raccogliere le monete. In seguito, per analogia, passò ad indicare la cassa, il tesoro dello Stato, e quindi lo Stato nella sua attività finanziaria e nei suoi rapporti coi contribuenti.

Cattivo
L'aggettivo CATTIVO deriva dal latino “captivus”. Nel medioevo il peccatore, il malvagio, veniva additato come "captivus diaboli": prigioniero del diavolo. In seguito il termine "diaboli" fu tralasciato, "captivus" perdette il suo significato originale di “prigioniero”, e diede luogo all’italiano “cattivo”.

Vendere all'asta
Perché si dice "vendere all'asta" quando si mette qualcosa in vendita al miglior offerente? Nella Roma antica quando si effettuava una pubblica vendita, in cui entrava l’interesse dello Stato, prima d’iniziarla si piantava nel suolo una lancia (hasta, -ae, f.), simbolo della pubblica autorità. Ciò si esprimeva con la formula “sub hasta vendere”: vendere all’asta, ossia vendere all’insegna dell’asta.

Pontefice
Deriva da "pons, pontis", m.: "ponte", e dalla radice del verbo "facere": fare. Etimologicamente quindi la parola “pontefice” significa “costruttore di ponti”, nel senso che un ponte non si considerava ultimato, e quindi non entrava in servizio, prima che i "pontifices" non compissero su di esso i prescritti sacrifici per invocare la protezione degli dei. In seguito tale specifico significato andò perduto, e col nome di “pontefici” si indicava un collegio sacerdotale, che aveva il compito di controllare il culto pubblico e privato, di suggerire il modo di soddisfare gli obblighi religiosi, di compilare il calendario, di fissare i giorni festivi, di curare la consacrazione dei templi, ecc… Ad essi presiedeva il "pontifex maximus": sommo pontefice. Con Augusto, il 12 d.C., il titolo di pontifex maximus fu assunto dagli imperatori, che lo deposero nel 382, con Graziano. Nella chiesa cattolica il titolo di pontefice si dava ai vescovi ed in particolare al vescovo di Roma; di qui l'uso di chiamare pontefice il papa, il capo della chiesa cattolica.

Brani

1. Qoèlet 3,1-8
Per tutto c’è un momento e un tempo per ogni azione, sotto il sole.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sbarbare il piantato.
C’è un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire.
C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare.
C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per separarsi.
C’è un tempo per guadagnare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare.
C’è un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

2. 1 Corinzi,13
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta è la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

3. Girolamo (347-420) - (Le Lettere IV, 148,16)
Non calunniare mai nessuno nel modo più assoluto, e non cercare di farti bello mettendoti a criticare gli altri, e impara a rendere più perfetta la tua vita piuttosto che denigrare quella degli altri. Ricorda sempre, inoltre, quello che dice la Scrittura: «Non amare la detrazione se vuoi evitare di esser sradicato» (Prov 20,13). Sono veramente pochi quelli che sanno staccarsi da questo difetto, ed è ben raro trovare uno che voglia mostrarsi così irreprensibile, nella sua vita, da non criticare con soddisfazione la vita altrui. Anzi, l’istinto di questo difetto, è penetrato così fortemente nell’animo umano, che anche coloro che si sono allontanati di molto dagli altri vizi, cadono in questo, che figura come l’ultimo laccio del diavolo. Tu, però, questo difetto devi evitarlo al punto che non solo non devi permetterti di criticare, ma non devi dar retta neppure una volta a chi critica, per non rafforzare con la tua complicità l’influenza di chi sparla degli altri, e per non favorire con la tua accondiscendenza il suo vizio...
Questo difetto è senz’altro il primo che dobbiamo soffocare, e quelli che vogliono formarsi alla santità devono sradicarlo del tutto. Non c’è altra cosa, infatti, che metta l’anima in tanto subbuglio e che renda lo spirito tanto volubile e leggero quanto il prestar fede con facilità a tutto, e dar retta temerariamente alle parole dei criticoni. È di lì che saltano fuori discordie su discordie e sentimenti di odio che non hanno motivo d’essere. È proprio questo difetto che spesso rende nemiche delle persone che erano amiche per la pelle, in quanto la lingua del maldicente divide le anime che erano, sì, all’unisono, ma credulone.
Al contrario, il non dar retta temerariamente a nessuna accusa a carico di altri, lascia l’anima in una grande pace ed è segno di notevole serietà di vita.
Fortunato chi s’è premunito contro questo vizio al punto che nessuno si senta di dir malignità in sua presenza! Se noi avessimo questo scrupolo di non dar retta così alla carlona ai diffamatori, a quest’ora tutti si guarderebbero bene dal dir male degli altri, per evitare di buttare a terra con le loro critiche non tanto gli altri quanto se stessi. Ora, se questo male è universalmente diffuso, se questo vizio è vivo e vegeto in molti, è appunto perché trova quasi in tutti orecchie compiacenti.

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