IL CALENDARIO

(Bibliografia: 1) Enciclopedie multimediali Gedea De Agostini, edizione 1996; Rizzoli Larousse, edizione 1998; 2) Geografia Generale, R. D’Alessandro, Mondatori 1975; 3) L’irresistibile fascino del tempo, A. Zichichi, Mondolibri Milano 2000; 4) Sulle vie della storia, A. Brancati, Nuova Italia Firenze 1969)

PREMESSA
All'origine del calendario possiamo dire che vi fu la necessità, da parte dell'uomo, di scandire il susseguirsi delle stagioni, prevedendone le date con una certa approssimazione, soprattutto per motivazioni legate ai ritmi dell'agricoltura, della caccia, della pesca.
Possiamo dire con altrettanta certezza che la necessità di un calendario "esatto" è da attribuire all’ esigenza della Chiesa Cattolica di avere una data di Pasqua non fluttuante nelle stagioni ma che cadesse sempre nello stesso periodo, quello primaverile. Con un Calendario errato potrebbe accadere che il calendario segni per esempio il 25 dicembre pur essendo in piena estate.
La storia del calendario che stiamo per ripercorrere ci farà capire l'esatta dimensione della questione. Capiremo, cioè, perché è importante e cosa significa avere un calendario il più possibile perfetto.
L'attuale calendario, il gregoriano, è molto preciso. Basti pensare che con esso si verifica un errore di un giorno ogni 3323 anni; vedremo anche il perché.
Prima di iniziare diamo una serie di definizioni di termini comunemente usati e che è sicuramente utile ricordare.

STORIA
Il calendario romano (da Kalendae, termine che indicava il primo giorno del mese) è all'origine di quello che utilizziamo oggi. L'anno romano primitivo (anno romuleo) comprendeva 304 giorni suddiviso in 10 mesi (4 mesi di 31 giorni e 6 mesi di 30 giorni). Chiaramente questo calendario non poteva essere utilizzato per seguire le varie fasi dell'agricoltura: nel giro di appena due anni diventava evidente a tutti lo sfasamento del clima con le date del Calendario. Ed ecco che nel 700 a.C. circa, durante il regno di Numa Pompilio (715-673 a.C.), il calendario diventò di tipo lunare, con un anno di 355 giorni diviso in 12 mesi che cominciavano con la luna nuova:

Martius (31 g.), dedicato a Marte, dio della guerra
Aprilis (29 g.), da aperire, dedicato all'agricoltura in quanto mese in cui si aprono le gemme
Maius (31 g ), dedicato a Maia
Junius (29 g.), dedicato a Giunone, regina dei Romani
Quintilis (31 g.), da quintus, quinto mese
Sextilis (29 g.), da sextus, sesto
September (29 g.), da septem, sette
October (31 g.), da octo, otto
November (29 g.), da novem, nove
December (29 g.), da decem, dieci
Januarius (29 g.), dedicato Janus, Giano
Februarius (28 g.), dedicato a Februus, il dio dei morti.

Ogni mese era costituito da 3 divisioni:
le calende (1° giorno del mese),
le none (5° giorno [mese di 29 giorni] o 7° giorno [mese di 31 giorni] del mese),
le idi (13° giorno [mese di 29 giorni] o 15° giorno [mese di 31 giorni] del mese).

Dalle calende alle none, le date venivano espresse dal numero di giorni che dovevano trascorrere prima di arrivare alle none; dalle none alle idi, dal numero di giorni che dovevano trascorrere prima di arrivare alle idi; dopo le idi, dal numero di giorni che dovevano trascorrere fino alle calende del mese successivo. Inoltre, il giorno che precedeva le calende, le idi o le none si chiamava vigilia. L'antivigilia, invece di portare il nome di secondo giorno prima (delle calende, delle idi o delle none), si chiamava terzo giorno prima delle... e così di seguito con un errore costante di un'unità. Per esempio, l'11 gennaio era il 3° giorno prima delle idi di gennaio (13 gennaio).

Per tentare di far coincidere questo calendario con le stagioni, ogni due anni, prima del 23 febbraio o dopo il 24, i pontefici aggiungevano un mese intercalare di 23 o di 22 giorni, detto Mercedonius (mese mercedario). Al termine di questo mese, continuava il computo dei giorni di febbraio.
Questo mese portava la durata media dell'anno del calendario a 366 giorni. I Romani si rivelarono, comunque, incapaci di far coincidere l'anno civile con le stagioni. Dopo vari tentativi di aggiustamento, il collegio dei pontefici ottenne di diritto di conferire al mese intercalare una lunghezza che si adattasse alle circostanze. Il calendario diventò allora un mezzo di corruzione e di frode. Abusando del proprio potere, i pontefici allungavano o accorciavano l'anno a seconda che volessero favorire o meno i consoli al potere o i loro successori. Si imponeva la necessità di una riforma, che dette vita al calendario giuliano. Riformato da Giulio Cesare, su consiglio dell'astronomo alessandrino Sosigene (I secolo a.C.), nell'anno 708 a.U.c. (ab urbe condita, corrispondente all’anno 46 prima della nostra era), il calendario romano diventò il calendario giuliano.
Di tipo solare, era fondato sull'ipotesi che l'anno basato sull'alternarsi delle stagioni avesse esattamente una durata di 365,25 giorni.
La durata dell'anno civile (che, per comodità, deve essere costituito da un numero intero di giorni) venne quindi portata a 365 giorni, ma a tre anni comuni di 365 giorni doveva far sistematicamente seguito un anno bisestile di 366 giorni (la durata media dell'anno considerato su questo periodo quadriennale era quindi di 365,25 giorni; era il cosiddetto anno giuliano). Il giorno supplementare degli anni bisestili venne aggiunto al mese di febbraio, ultimo mese del calendario romano all'epoca della riforma. Poiché i numeri dispari venivano considerati fortunati il giorno aggiuntivo non venne inserito alla fine ma venne intercalato tra il 24 e il 25 febbraio e, per non modificare il nome dei giorni, non venne assegnato ad esso alcun appellativo particolare; questo 25° giorno di febbraio veniva denominato, come il precedente, sexto ante calendas martias (il sesto prima delle calende di marzo) e diventò bis sexto ante kalendas martias, sesto per la seconda volta, da cui deriva l'epiteto bisestile. Con questo trucco si ottenne che questo mese, consacrato al dio dei Morti e considerato nefasto, conservasse in apparenza un numero pari di giorni (28). Per ristabilire la coincidenza tra anno civile e anno basato sull'alternarsi delle stagioni, l'anno della riforma, Giulio Cesare aggiunse eccezionalmente al calendario 2 mesi, di 33 e 34 giorni rispettivamente, tra November e December, oltre al mese mercedario, che quell'anno era già stato intercalato. L'anno 708 di Roma (46 a.C.) fu così costituito da 445 giorni: viene denominato storicamente anno di confusione. L'equinozio di primavera venne fissato il 25 marzo e l'inizio dell'anno venne portato dal 1° marzo al 1° gennaio, data di insediamento dei consoli. I nomi dei mesi, però, rimasero invariati, anche se non corrispondevano più alla posizione che occupavano nell'arco dell'anno, da Quintilis a December. Il mese intercalare Mercedonius venne soppresso.
I 10 giorni aggiunti all'anno comune vennero assegnati ai mesi che prima erano composti da 29 giorni e per mantenere la regola dell'alternanza di 31 e 30 giorni - ad eccezione di februarius che aveva 29 giorni nell'anno normale e 30 in quello bisestile - la durata dei mesi era così distribuita: Januarius, Martius, Maius, Quintilis, Sempember, November di 31 giorni e Aprilis, Junius, Sextilis, October e December di 30.
Dopo la morte di Cesare il Senato Romano chiamò Julius (nell'anno 716 di Roma) in suo onore il mese Quintilis del calendario di Romolo. Cesare fu assassinato poco dopo la riforma (44 a.C.) che, per un certo periodo, fu applicata male. I pontefici intercalarono un anno bisestile ogni 3 anni, invece di ogni 4 anni. Dopo 36 anni erano stati così intercalati 12 anni bisestili invece di 9. Augusto, nell'anno 8 a.C., per rimediare a questo errore, decise che non ci sarebbero stati anni bisestili per 12 anni. La riforma giuliana venne finalmente applicata correttamente solo a partire dall'anno 5 d.C. I 50 anni anteriori vengono chiamati anni giuliani erronei. Gli anni bisestili del calendario giuliano erano tutti quelli il cui millesimo è un numero divisibile per 4. Il calendario giuliano di un anno qualsiasi si ripeteva in modo identico ogni 28 anni. Nell'anno 746 di Roma sempre il senato romano decise di cambiare il nome del mese Sextilis in Augustus per onorare Augusto e affinché il mese di Julius e di Augustus avessero lo stesso numero di giorni, i sostenitori di Augusto chiesero di portare a 31 i giorni di Augustus perché il mese dedicato ad Augusto non avesse un giorno in meno rispetto a quello dedicato a Cesare. Ciò ebbe come conseguenza la riduzione agli attuali 28 giorni del mese di febbraio (e 29 nei bisestili).
Tuttavia, malgrado i continui aggiustamenti, questo calendario non era preciso. L'anno tropico, valore medio dell'intervallo di tempo che separa due equinozi di primavera consecutivi, è più breve dell'anno giuliano di 11 minuti e 14 secondi. La sua reale durata è, in effetti, di 365g 5h 48min 46sec. Ne risultava che l'inizio dell'anno giuliano si trovava progressivamente in ritardo su quello dell'anno tropico corrispondente, di 3 giorni circa in 400 anni.
La Chiesa cattolica è stata la prima ad essere turbata da questa situazione per le prescrizioni del concilio di Nicea riguardanti la data di Pasqua. Mentre, nello spirito dei Padri della Chiesa, la regola decretata doveva associare la domenica di Pasqua alla prima luna di primavera, il progressivo scostamento del calendario giuliano rispetto all'equinozio avrebbe portato a celebrare Pasqua nel cuore della stagione estiva.
Ora, nell'anno 325 d.C., anno in cui si tenne il Concilio di Nicea che legò la data di Pasqua al moto della luna stabilendola appunto nella prima domenica successiva alla prima luna piena dopo l'equinozio di primavera, erano passati 370 anni dall'adozione del calendario Giuliano, ed erano stati accumulati circa quattro giorni di ritardo rispetto alla data dell'equinozio di primavera e così si decise di portare la data dell'equinozio dal 25 al 21 marzo.
Nell'anno 525 papa Giovanni I (470-526) affidò all'abate Dionysius Exiguus, Dionigi il Piccolo, di stabilire le date esatte in cui sarebbe ricorsa la Pasqua. Dionigi il Piccolo calcolò le date esatte in cui ricorreva la Pasqua dal 532 al 627.
La riforma del calendario giuliano ordinata nel 1582 da papa Gregorio XIII ha come principale obiettivo quello di ristabilire la concordanza tra il calendario e le stagioni. Il calendario gregoriano è il risultato di tale riforma. L’autore del progetto di riforma del calendario fu il medico calabrese e appassionato studioso di astronomia Aloysius Lilius (Luigi Giglio nato a Cirò nel 1510 e morto nel 1576) morto prematuramente, ragion per cui fu il gesuita tedesco Cristopher Clavius (1537-1612) a sostenerne la validità di fronte alle numerose perplessità e controversie che l’innovazione ebbe all’epoca.
Per dare un'idea del clima che si respirava in quel frangente, riportiamo integralmente un brano tratto dal libro Storia delle conquiste umane di Daniel J. Boorstin, edizione CDE Milano 1985:
".....quando papa Gregorio sottrasse dieci giorni al calendario l'evento fu motivo di gravi lagnanze e confusione: per il mese più corto i servi esigevano la solita paga mensile completa, mentre i padroni si rifiutavano di aderire a tale richiesta. Alla gente poi non garbava vedersi accorciare la vita per decreto papale. Quando l'Inghilterra e le colonie americane decisero infine di adeguarsi al cambiamento, Benjamin Franklin...." scrisse: "Non meravigliarti, caro lettore, non considerare con sdegno questa sottrazione di giorni e non dolerti per la perdita di tanto tempo, ma per tua consolazione pensa che le spese ti sembreranno meno onerose e la tua mente si sentirà più tranquilla. E quale soddisfazione, per gli amanti del cuscino, coricarsi in santa pace il 2 di questo mese per non svegliarsi che la mattina del 14".
Dal concilio di Nicea (tenutosi nell'anno 325), l'equinozio di primavera, sul calendario, era avanzato di 10 giorni rispetto alla data del 21 marzo che gli era stata assegnata in quel frangente. Gregorio XIII ordinò quindi che venissero soppressi dieci giorni nel calendario dell'anno 1582. A Roma, il giovedì 4 ottobre 1582 venne immediatamente seguito dal venerdì 15 ottobre, in modo da non alterare l'ordine di successione dei giorni della settimana.
L'anno 1582, quindi, contò solo 355 giorni e, a partire dall'anno seguente, il 21 marzo coincise nuovamente con l'equinozio di primavera. Per garantire che tale coincidenza fosse ulteriormente mantenuta, Gregorio XIII decise, inoltre, che sarà sempre intercalato un anno bisestile ogni quattro anni, secondo la regola giuliana, con una sola eccezione: gli anni secolari (il cui millesimo termina con due zeri), che nel calendario giuliano erano tutti bisestili, cesseranno, d'ora innanzi, di esserlo e diventeranno comuni tranne quelli il cui millesimo è divisibile per 400. Questo provvedimento permette, in effetti, di sopprimere tre giorni giuliani nell'arco di quattro secoli.
Così gli anni 1700, 1800 e 1900 sono stati comuni, mentre il 1600 è stato bisestile come il 2000. La durata media (su 400 anni) dell'anno gregoriano medio è di 365,2425 giorni, vale a dire 365g 5h 49min 12sec. L'anno tropico, invece, è di 365,2422 giorni. L'anno gregoriano è quindi 0,0003 g più lungo e l'anno 4317 sarà costituito da 1 giorno in più, per l'errore accumulatosi fin dal 1582.
Ora facciamo un po' di calcoli.
La durata del giorno solare vero (l'intervallo di tempo tra due passaggi consecutivi del sole dallo stesso meridiano) non è costante ma varia da un massimo di 24h e 30sec in inverno ad un minimo di 23h 59m 39sec in estate. Costante è invece il giorno sidereo (il tempo impiegato dalla terra per compiere un intero giro intorno al proprio asse) che è di 23h 56m e 4sec.
Il problema consiste nel fatto che il giorno che più si presterebbe agli usi civili è quello solare vero, però non è costante, mentre il giorno sidereo, costante, non va bene perché è più corto di 4 minuti (vedremo anche questo). Ecco perché si è scelto come unità il giorno solare medio che corrisponde più o meno a 24h.
Per quanto riguarda l'anno, vengono distinti
l'anno siderale (il tempo impiegato dalla terra per fare un giro completo intorno al sole) che è di 31.558.150 secondi, corrispondenti a 365gg 6h 9m 10sec solari veri;
l'anno tropico (che è l'intervallo di tempo tra due equinozi di primavera e che corrisponde all'inclinazione dell'asse della terra con la retta passante per il centro della terra e del sole) è di 31.556.926 sec, corrispondenti a 365gg 5h 48m e 46sec cioè (applicando alle 5h 48m e 46sec la proporzione 1g : 86400sec = x: 20926sec) 365,2422gg circa; ricordiamo ancora una volta che questo è l'anno da tenere in considerazione se si vuole stabilire con esattezza le date degli equinozi e dei solstizi;
l'anno di calendario che è di 31.536.000 sec quando l'anno è di 365 gg e di 31.622.400 sec quando è di 366.
Vediamo ora perché il calendario gregoriano ha introdotto la regola secondo cui non tutti gli anni secolari sono bisestili ma solo quelli divisibili per 400.
Consideriamo gli anni che vanno dal 2001 al 2400. Ci sono 4 anni secolari: il 2100, il 2200, il 2300 e il 2400. Secondo il vecchio calendario giuliano tutti e quattro dovevano essere bisestili; secondo quello gregoriano solo quelli divisibili per 400 e cioè solo il 2400. Questo significa che rispetto al calendario giuliano si sono sottratti 3 giorni che sono proprio i 3 giorni che il calendario giuliano avrebbe avuto in più rispetto all'anno tropico, cioé la primavera dell'anno 2400 non sarebbe entrata il 21 marzo ma il 18 marzo. Ecco i calcoli: supposto che l'equinozio di primavera dell'anno 2001 fosse avvenuto regolarmente il 21 marzo, nel calendario giuliano dal 2001 al 2400 ci sarebbero stati 300 anni normali e 100 anni bisestili, cioé 300*365gg + 100*366gg = 146.100 gg. In questi 400 anni sono passati, però, 400*365,2422 anni tropici, cioé 146.096,88 gg ed ecco che dalla sottrazione 146.100 - 146.096,88 = 3,12 gg sono venuti fuori i 3 giorni in più del calendario giuliano e che il calendario gregoriano giustamente sottrarrà in questi 400 anni.
Da questo esempio, però, si vede che anche il gregoriano non è perfetto ed ogni 400 anni, costituiti da 146.097 gg, ci sono 0,12 gg circa in più rispetto ai 400 anni tropici, precisamente 26sec in più all'anno . Vediamo perché.
L'anno tropico è di 31.556.926 sec; anno di calendario giuliano è di 31.536.000sec se di 365gg e di 31.622.400sec se di 366 gg. L'anno di calendario giuliano medio è = [31.536.000*3 + 31.622.400*1]/4 = 31.557.600sec. Per calcolare l'anno gregoriano medio occorre tenere presente che la media va fatta non più su 4 anni ma su 400; e poiché nel calendario gregoriano su 400 anni ci sono 303 anni normali e 97 anni bisestili si ha = [31.536.000*303 + 31.622.400*97]/400 = 31.556.952sec ==> La sottrazione tra durata dell'anno tropico 31.556.926 e l'anno gregoriano medio 31.556.952 è uguale a 26sec.
Questa piccola differenza ha come conseguenza che ogni 3323 anni (86.400/26=3.323,07) il calendario gregoriano segnerà un giorno in più rispetto all'anno tropico e ciò avverrà nell'anno 4905, cioè 3323 anni dopo il 1582, anno in cui entrò in vigore. Ed ecco che quest'altro calcolo, e ci fermiamo qui, ci permette di fare un ulteriore passo verso il calendario "quasi perfetto": non solo un anno bisestile ogni quattro anni (calendario giuliano), non solo 3 anni bisestili in meno ogni 400 (calendario gregoriano) ma anche 3 giorni in meno ogni 10.000 anni (calendario quasi perfetto).
Prima di concludere diamo alcuni accenni ai seguenti argomenti: la durata dell'anno siderale, il terzo moto terrestre, il calcolo matematico della data di Pasqua, il perché delle differenze di temperatura delle stagioni.
Abbiamo già visto quanto dura un anno siderale. Ma c'è insita una particolarità curiosa: se uno di noi potesse osservare da una galassia il moto rotatorio della terra, in un anno essa compirebbe 366 giri intorno a se stessa, mentre un osservatore dalla terra ne conterebbe 365, perché?
Per capire questo fenomeno, supponiamo che la terra non abbia il suo moto rotatorio e che quindi rimane ferma rispetto a se stessa, ma che continua a girare intorno al sole. E' facile capire che un osservatore sulla terra conterebbe un solo giorno, cioè vedrebbe una sola alba e un solo tramonto con il moto apparente del sole da ovest ad est, come se la terra avesse fatto una rotazione intorno a se stessa in senso orario. L'osservatore dalla galassia, invece, non conterebbe alcun giro della terra intorno a se stessa, così come realmente è stato. Proviamo a sperimentare quanto appena detto facendo un esempio con una lampada al centro e una sfera che le gira intorno.
Ora, però, la terra gira intorno a se stessa in senso antiorario ed è proprio quell'apparente giro in senso orario intorno a se stessa, dovuto al giro intorno al sole, che va a sottrarsi, per l'osservatore da terra, ai 366 giri effettivi rilevati dall'osservatore posto sulle stelle fisse. Perdiamo, dunque, una rotazione all'anno e poiché una rotazione equivale a 24h cioè a 1.440 minuti si ha che ogni giorno perdiamo 4 minuti (1440/365=4), e questo spiega perché le stelle sorgono ogni giorno 4 minuti prima rispetto al giorno precedente.
Abbiamo più volte detto del moto della terra intorno al sole (secondo una traiettoria ellittica) detto moto di rivoluzione, e del suo moto intorno al suo asse detto moto di rotazione. Esiste, però, anche un altro moto della terra, il terzo, quello del suo asse intorno ad un punto ideale della sfera celeste. E' un moto lentissimo, che impiega 25.620 anni per compiere un giro completo. Non approfondiremo questo aspetto, però diciamo soltanto che è a causa di questa rotazione che ogni anno vi è una differenza tra l'anno siderale (ripetiamo il tempo impiegato dalla terra a ritornare nello stesso punto dopo aver compiuto un giro completo intorno al sole) e quello tropico (cioé il tempo impiegato dalla terra a formare lo stesso angolo tra il suo asse e la retta passante per il centro della terra e il centro del sole). Abbiamo già visto che fra di essi vi è una differenza di 1224 sec (uguale a circa 20,4 minuti) all'anno in più dell'anno siderale rispetto a quello tropico. Tutto questo comporta che ogni anno gli equinozi avvengono con circa 20 minuti di anticipo rispetto all'anno precedente (questo fenomeno è detto precessione degli equinozi) cioè avviene in un punto dell'orbita della terra che si trova prima rispetto a quello dell'anno precedente.
Passiamo al calcolo matematico della data di Pasqua.

Affrontiamo, infine, un'ultima questione: il perché della differenza di temperatura tra le diverse stagioni. Già nella parte introduttiva si è potuto intuire che la differenza tra le stagioni, in riferimento alla temperatura, non è dovuta alla distanza dal sole ma è dovuta al più volte citato angolo k, cioè all'inclinazione dell'asse terrestre rispetto alla retta passante per i centri del sole e della terra. L'angolo k misura 90° negli equinozi di primavera e d'autunno, 66,5° nel solstizio di giugno e 113,5° in quello di dicembre. A seconda, dunque, dell'inclinazione dell'asse della terra i raggi del sole cadono, in determinati punti della terra, perpendicolarmente o obliquamente. Si capisce molto facilmente che uno stesso fascio di raggi del sole si concentra in una zona più ristretta se vi cade perpendicolarmente e, invece, si distribuisce su una zona molto più vasta se vi cade in maniera obliqua, e ciò si traduce in maggiore o minore calore. Tutto questo è alla base delle differenze di temperatura tra le stagioni. Il 21 giugno (e dintorni) l'angolo k è di 66,5° e questo ha come conseguenza che nell'emisfero settentrionale i raggi del sole vi cadono più o meno perpendicolarmente, e qui siamo in estate; nell'emisfero meridionale, invece, siamo in inverno perché i raggi vi cadono obliquamente. Le cose si invertono il 22 dicembre (e dintorni): l'angolo k è di 113,5° e di conseguenza è inverno nell'emisfero settentrionale ed estate in quello meridionale. Il 21 marzo (e dintorni) e il 23 settembre (e dintorni) l'angolo k è di 90°, cioè all'equatore il sole vi cade perpendicolarmente, mentre cade obliquamente sia nell'emisfero settentrionale che in quello meridionale. Per quanto riguarda le temperature - mite in primavera e più rigida in autunno - si capisce bene che ciò è dovuto all'aumento o alla diminuzione dell'angolo k. Partendo, ad esempio, dall'entrata dell'inverno (angolo 113,5°) il progressivo passaggio all'angolo di 90° è il periodo invernale, il passaggio da 90° a 66,5° è il periodo primaverile, il passaggio da 66,5° a 90° è il periodo estivo, infine il passaggio da 90° a 113,5° è il periodo autunnale. Nell'emisfero meridionale le cose si invertono ed avremo, rispettivamente, estate, autunno, inverno, primavera. Nel seguente schema è sintetizzato graficamente quanto appena detto:

EMISFERO SETTENTRIONALE:
------inverno-----primav.------estate-----autunno
113,5°=======>90°=======>66,5°========>90°========>113,5°

EMISFERO MERIDIONALE:
------estate------autunno-------inverno------primav.
66,5°========>90°========>113,5°========>90°========>66,5°


L'ENTRATA IN VIGORE DEL CALENDARIO GREGORIANO
(notizie interamente tratte dalla Grande enciclopedia MEMO Rizzoli/Larousse, CDE Milano 1992)

A Roma, in Spagna e in Portogallo, il giorno successivo al giovedì 4 ottobre 1582 fu venerdì 15: santa Teresa d'Avila, morta il 4 ottobre, fu quindi sepolta il 15.
In Francia la riforma entrò in vigore in dicembre (sotto il regno di Enrico VIII): il giorno successivo alla domenica 9 dicembre fu il lunedì 20.
Nei Paesi Bassi, il giorno successivo al 14 dicembre fu il giorno di Natale. Le province protestanti, però, rifiutarono di piegarsi a questo decreto. Gli Stati cattolici di Germania e di Svizzera adottarono la riforma nel 1584, la Polonia nel 1586, l'Ungheria nel 1587, la Prussia nel 1610.
Nei paesi protestanti, la resistenza fu lunga: “I protestanti, diceva Keplero, preferiscono essere in disaccordo con il Sole e d'accordo con il papa”. Fu solo verso il 1700 che le province protestanti dei Paesi Bassi, della Germania e della Svizzera aderirono al nuovo calendario.
In Gran Bretagna e in Svezia, la riforma fu introdotta solo nel 1752. Si dovettero allora togliere 11 giorni del calendario giuliano (l’anno 1700 era stato bisestile in questo calendario ma non in quello gregoriano). In Gran Bretagna, il giorno successivo al 2 settembre fu il 14 settembre. Cortei di dimostranti percorsero le strade gridando: “Ridateci i nostri undici giorni!”. L'emozione era già molto forte se si pensa che l'inizio dell'anno 1752 era già stato anticipato di 3 mesi per far sì che l'anno cominciasse il 1° gennaio (invece del 25 marzo). Il Giappone adottò il nuovo calendario nel 1873 e la Cina nel 1911.
I paesi di tradizione ortodossa hanno conservato il calendario giuliano fino al XX secolo. Così il calendario gregoriano è stato adottato solo nel 1918 dall'URSS, nel 1919 dalla Romania e dalla Jugoslavia, nel 1923 dalla Grecia.
Dal 1922 al 1945 in Italia fu usato anche il calendario fascista che partiva dalla data della marcia su Roma (28 ottobre 1922) e contava gli anni in numeri romani. Ad esempio 15 novembre 1926-IV E.F. (Era Fascista).
L'uso del calendario gregoriano è ormai universale per quanto riguarda le attività civili.

INIZIO DELL'ANNO
(notizie interamente tratte dalla Grande enciclopedia MEMO Rizzoli/Larousse, CDE Milano 1992)

La scelta della data che segna l'inizio dell'anno è puramente arbitraria: non esiste alcun punto privilegiato nell’orbita terrestre che permetta di precisare quando l'anno comincia e quando l'anno finisce.
In Gallia, l'anno fissato dai druidi era lunare e iniziava la sesta notte della lunazione (vale a dire, al primo quarto) successiva al solstizio d'inverno. L'adozione del calendario giuliano non portò a una data di capodanno unica per tutto il paese. Nel VI e VII sec., l'anno iniziava ancora il 1° marzo in molte province. Sotto il regno di Carlo Magno, cominciava a Natale in tutti i territori sottomessi alla giurisdizione dell'imperatore. Sotto la dinastia dei Capetingi, il capodanno coincise con la festa di Pasqua: questo uso fu quasi generale nel XII e XIII sec., e si incontra ancora nel XVI sec. in alcune regioni. Dato che Pasqua è una festa la cui data non è fissa, ma può oscillare tra il 22 marzo e il 25 aprile, la lunghezza dell'anno variava continuamente, causando anche spiacevoli inconvenienti: l'anno 1347, iniziato un 1° aprile, terminò un 20 aprile; presentò quindi due mesi d’aprile quasi completi! In alcuni luoghi, l'anno cambiava il 25 marzo, festa dell’annunciazione. Il concilio di Reims, nell'anno 1235, definisce questa data, l'uso di “Francia”. I regali per l’anno nuovo si scambiavano quindi all'inizio di aprile. Si ritiene che da ciò derivi l'usanza dei “pesci di aprile”; si sarebbe presa l'abitudine di farsi degli scherzi il 1° aprile dopo che l'inizio dell’anno era stato portato al 1° gennaio.
Fu il re Carlo IX, allora tredicenne, che rese obbligatoria, nel 1564, la data del primo gennaio come primo giorno dell'anno. In Germania, questa scelta fu decretata verso l’anno 1500. In Gran Bretagna, la data del 25 marzo venne conservata fino al 1751 compreso. L'adozione del 1° gennaio coincise con quella del calendario gregoriano. L'anno 1751, iniziato il 25 marzo, non si concluse. Dal 1° gennaio 1751, l'anno si trasformò in 1752, perdendo così gennaio, febbraio e ventiquattro giorni di marzo.
In Russia, fino a Pietro il Grande, l'anno iniziò il 1° settembre; poi cominciò il 1° gennaio del calendario giuliano (12, poi 13 gennaio del calendario gregoriano) fino all’adozione del calendario gregoriano, avvenuta nel 1918. Così per il 1917 si parla di Rivoluzione d'Ottobre, anche se questa avvenne ai primi di novembre, secondo il calendario gregoriano.


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